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Scuola · Disagio scolastico

La scuola della prestazione: il miraggio dell’eccellenza e la tirannia del voto

Dott.ssa Mariasole Bergamasco·2026

“Se studi, vai bene. Se non vai bene, vuol dire che non hai studiato.” È una delle equazioni più ripetute nei corridoi scolastici. Ma cosa succede se la logica della prestazione diventa l’unico metro di giudizio possibile?

Compito corretto con penna rossa e voto — tirannia del voto e pressione scolastica

Quando la scuola diventa un’azienda

In una società sempre più orientata alla misurazione, alla comparazione e all’efficienza, anche la scuola ha assorbito — spesso senza rendersene conto — un linguaggio e una mentalità aziendalistica. Produttività, merito, performance, ranking: termini presi in prestito dal mondo dell’impresa e traslati nel contesto educativo, dove però funzionano solo in parte.

Il risultato? Un sistema che tende a valutare i ragazzi non per chi sono, ma per quanto producono e a premiare solo quelli che si adeguano ai ritmi e ai criteri stabiliti da adulti spesso ignari delle fatiche, dei blocchi, dei bisogni specifici di chi apprende.

L’esclusione silenziosa

Dietro il miraggio dell’“eccellenza” si nasconde un modello competitivo, in cui eccelle solo chi risponde a determinate caratteristiche cognitive, linguistiche, familiari. I ragazzi che non rientrano nei parametri — perché dislessici, discalculi, perché ansiosi, perché vivono disagi familiari, o semplicemente hanno un modo diverso di apprendere — rischiano un’esclusione silenziosa.

Magari non vengono bocciati formalmente, ma vengono lentamente convinti che non sono “adatti”.

Il voto come identità

Nel corso della mia esperienza ho incontrato molti preadolescenti e adolescenti che si definiscono per il loro rendimento:“Io sono incapace in matematica”,“Non sono bravo a studiare”. Frasi dette con rassegnazione, come se fossero verità oggettive. Ma sono invece costruzioni sociali, prodotte e rinforzate ogni volta che un voto viene attribuito senza contesto, senza ascolto, senza possibilità di rimediare.

Si innesca così una spirale: il voto negativo genera insicurezza, l’insicurezza blocca l’apprendimento, il blocco peggiora il rendimento, il rendimento conferma il giudizio iniziale.

La paura dell’errore

Uno degli effetti più dannosi di questo sistema è che i ragazzi imparano a temere l’errore. Invece di vederlo come parte naturale del processo di apprendimento, lo vivono come una prova del proprio fallimento personale.

Errare contiene in sé una doppia valenza: sia il sbagliare, sia il viaggiare. Come dice Tolkien: “Non tutti coloro che errano sono smarriti”.

Molti ragazzi con DSA, ADHD o BES che ho incontrato nel mio percorso raccontano la scuola come un luogo di ansia e vergogna, più che di formazione. Non temono principalmente la fatica, ma lo sguardo degli altri mentre falliscono.

Occorre un altro sguardo

Occorre una scuola che torni a guardare le persone prima dei voti. Che non neghi l’importanza della valutazione, ma la inserisca dentro una cornice di senso più ampia: una valutazione che orienta, accompagna, sostiene.

Non tutti possono essere eccellenti. Diciamo ancora meglio: non tutti devono esserlo. Educare significa anche e soprattutto legittimare la normalità, il percorso lento, il talento non accademico, la strada che non passa necessariamente per il podio.

Come educatori, abbiamo il dovere di chiederci: quante potenzialità abbiamo spento con un giudizio affrettato? Quanti ragazzi abbiamo etichettato prima ancora di conoscerli?

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Dott.ssa Mariasole Bergamasco
Autrice
Dott.ssa Mariasole Bergamasco
Psicologa e tutor DSA/ADHD a Roma. Da oltre dieci anni lavoro con bambini, adolescenti e studenti con DSA, ADHD, autismo e alto potenziale. Psicologa in formazione clinica a orientamento psicoanalitico presso l’Istituto Freudiano.
OPL · Sez. A · n. 33616