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DSA · Psicologia clinica

Quando apprendere ferisce. Dove soffre un bambino o un ragazzo con DSA?

Dott.ssa Mariasole Bergamasco·2026

Nel trattare questo tema, mi sono chiesta da dove fosse più giusto cominciare. Ho pensato che il modo più fedele al lavoro svolto fosse partire dalle parole dei ragazzi che seguo nell’attività di tutoraggio.

Zaino scolastico abbandonato nel corridoio — sofferenza psicologica nei bambini con DSA

Dal “ho un DSA” all’“sono un DSA”

Una parola in particolare, comune a più di loro: anziché utilizzare l’espressione “ho un DSA”, vi è una progressiva sostituzione del verboaverecon il verboessere. L’espressione diventa “sono un DSA”, “sono discalculo”.

Quella che può apparire come una semplice sottigliezza linguistica, in realtà, dice qualcosa di molto preciso: il disturbo non resta più soltanto qualcosa che il ragazzoha, ma può celare la dimensione dell’identificazione e investire la dimensione dell’essere.

Dove soffre un bambino con DSA

Soffre nel compito, certo. Lì dove incontra la difficoltà strumentale. Soffre quando leggere richiede uno sforzo sproporzionato, quando il calcolo non si automatizza, quando la scrittura diventa faticosa, quando il tempo della verifica sembra non bastare mai.

Ma soffre anche altrove: nel punto in cui il limite non è più solo una difficoltà funzionale, ma comincia a investire il Sé. Nel punto in cui l’errore non riguarda più soltanto una prestazione, ma sembra dire qualcosa sul proprio valore. Nel punto in cui il ragazzo non pensa più“faccio fatica a leggere”, ma“sono quello che non sa leggere”.

In uno dei suoi ultimi scritti del 1937, Freud affermava che ci sono tre professioni impossibili: quella di chi educa, quella di chi governa e quella di chi analizza o cura. Questi “mestieri impossibili” sono accomunati da un destino marcato dal limite: non si può mai esserne certi dell’esito.

S. Freud, Analisi terminabile e interminabile, 1937

La diagnosi: necessaria ma non sufficiente

Negli ultimi anni il numero di diagnosi di DSA è aumentato in modo significativo. Questo dato testimonia una maggiore consapevolezza e ha permesso a molti studenti di accedere a tutele fondamentali: strumenti compensativi, misure dispensative, piani didattici personalizzati.

Tutto questo è necessario. Riconoscere il disturbo è fondamentale. La diagnosi permette di nominare una difficoltà reale, di darle una cornice, di sottrarla alle interpretazioni più svalutanti: “non si impegna”, “è pigro”. Tuttavia, la diagnosi non esaurisce ciò che si produce per il soggetto che la riceve.

La dimensione soggettiva della difficoltà

Da una parte, ciò che può essere misurato: la correttezza, la rapidità, il calcolo, la scrittura. Dall’altra, ciò che deve essere ascoltato: la vergogna, l’ansia, il senso di inadeguatezza, il ritiro, la paura del giudizio, il bisogno di trovare un modo possibile per stare nel proprio apprendimento senza esserne schiacciati.

Il DSA diventa clinicamente decisivo quando smette di essere soltanto una difficoltà dell’apprendimento e comincia a incidere sul modo in cui lo studente pensa se stesso.

Il ruolo della scuola e della famiglia

La scuola non è solo un luogo di istruzione. È un ambiente psicologico. È il luogo in cui la difficoltà si manifesta, ma anche quello in cui viene guardata, misurata, confrontata con gli altri. Quando la scuola diventa il luogo in cui il ragazzo si sente esposto e misurato, può smettere di essere uno spazio abitabile e trasformarsi in uno spazio da cui difendersi.

Allo stesso tempo, proprio la scuola può diventare un luogo di riconoscimento. Può offrire parole meno svalutanti, esperienze di riuscita, relazioni capaci di sostenere il desiderio di apprendere anche quando l’apprendimento resta faticoso.

La questione decisiva è la possibilità di costruire le condizioni perché la difficoltà non diventi il principale organizzatore dell’identità dello studente.

[1] S. Freud,Analisi terminabile e interminabile, in Opere, Bollati Boringhieri, Torino, vol. 11, p. 531. [2] V. Baio,La funzione degli educatori all’Antenna, Roma, Borla, 2011, p. 93.

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Dott.ssa Mariasole Bergamasco
Autrice
Dott.ssa Mariasole Bergamasco
Psicologa e tutor DSA/ADHD a Roma. Da oltre dieci anni lavoro con bambini, adolescenti e studenti con DSA, ADHD, autismo e alto potenziale. Psicologa in formazione clinica a orientamento psicoanalitico presso l’Istituto Freudiano.
OPL · Sez. A · n. 33616